Intervista ad Angelo Stano

Intro
Quando arriva la proposta di intervistare Angelo Stano, qualcosa nella mia memoria esplode e lo sguardo si posa sulla libreria in cui conservo gelosamente i primi cento numeri di Dylan Dog, grande passione di gioventù. Stano è infatti uno dei padri dell’indagatore dell’incubo, vera icona della “generazione X” almeno quanto Tex Willer, sempre della Sergio Bonelli Editore, lo fu per i ragazzi del dopoguerra. Eccomi quindi al telefono con uno dei miei miti di sempre a parlare di Dylan, ma anche della situazione italiana, di rock e del duro futuro che aspetta i giovani fumettisti.
Intervista
- Sei appena tornato dalla Fiera del Fumetto di Lucca, com’è la situazione dell’illustrazione italiana in questi tempi di crisi?
Angelo Stano: “A giudicare da quello che si vede a Lucca, si potrebbe avere un’idea distorta del mercato italiano, infatti, c’è un tale afflusso di pubblico che si potrebbe pensare che il fumetto sia in ottima salute. In realtà, molto del movimento che si vede in una fiera come quella di Lucca è dovuto alla curiosità e all’apporto dei cosplayer che affollano le strade con i loro travestimenti fumettistici. E poi perché comunque la più grande manifestazione sul fumetto in Italia attira sempre molte persone. Però non saprei se a tutto questo corrisponde una buona salute del mercato. Certo, ci saranno delle case editrici e dei prodotti che conservano il loro fascino indiscutibile, dire però che questo significhi che il fumetto, nelle sue varie anime, dal colto, al popolare, alle fazine, sia tutto in buona salute, ce ne corre. I piccoli editori se la cavano quando hanno dei costi minori, i grandi quando hanno grandi volumi di vendite. E’ un problema.”
- Parliamo di Dylan Dog, di cui hai disegnato alcune delle storie più importanti e di cui attualmente disegni le copertine. Dylan è una delle poche vere icone pop italiane, avresti mai detto che un fumetto horror ambientato a Londra avrebbe fatto così presa nel nostro immaginario?
Angelo Stano: “Quando abbiamo cominciato a lavorarci il panorama era simile a quello di adesso, si pensava a un declino inesorabile del fumetto. Fu una sorpresa per tutti noi constatare che esisteva ancora un pubblico interessato alle novità. L’uscita di una serie così improntata sull’horror ed il soprannaturale esulava completamente dal panorama editoriale popolare di quel momento, ma Dylan aveva ambizioni più grandi; prendeva ispirazione non solo dal fumetto, ma anche dalla letteratura, dalla poesia, dal cinema di genere, dalla musica. Diciamo che si è rivelato un prodotto più colto di quelle che erano le aspettative, restando però un fumetto divertente e adatto a tutti, usufruibile su più livelli di lettura. E in questo sta la bravura dell’autore (Tiziano Sclavi, NdA) di spaziare dal pop al colto con molta disinvoltura.”
- A cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90, trainato proprio da Dylan Dog, ci fu il boom del fumetto popolare in Italia ed un moltiplicarsi delle serie. Cosa successe in quel periodo?
Angelo Stano: “ Ci fu un risveglio editoriale proprio in concomitanza con il successo di Dylan Dog. L’editore si sentì più forte e mise in cantiere nuove storie e nuove testate, con alterne fortune. Ci fu poi la moltiplicazione di offerte da parte di altre case editrici, piccole e grandi, proprio perché dimostrammo che il pubblico c’era ancora e aveva fame di novità. Questo boom è durato un paio di decenni, attualmente si vive una fase più anomala, l’industria dell’intrattenimento propone offerte più diversificate: videogame, Internet, lo stesso cinema utilizza oggi mezzi impensabili vent’anni fa allo scopo di allestire scenari fantascientifici. Il fumetto, che invece aveva il vantaggio di poter costruire scenari fantastici o storici con molta facilità, oggi non può più competere con quello che avviene al cinema. Bisogna puntare di nuovo sulle idee, ma anche quelle non sono inesauribili, e su una dimensione più artigianale e meno industriale, sperimentando maggiormente anche sui testi. Il fumetto si avvia ad essere un genere sempre più di nicchia, ma non credo scomparirà mai, ormai fa parte delle forme d’arte consolidate.”
- Bonelli disse, qualche anno fa, che i tempi delle lunghe saghe alla Tex era finito, che le serie avrebbero avuto un tempo di vita molto inferiore. Credi che questo sia il trend che aspetta tutto il mercato?
Angelo Stano: “Si, queste testate storiche – Tex, Dylan Dog, Nathan Never – sicuramente usciranno ancora per qualche tempo, le vendite lo giustificano. Ma ultimamente si pensa di puntare a qualcosa di più vicino alle produzioni cinematografiche che raccontano una storia, o a un romanzo, in linea con le graphic novel che vanno di moda oggi, oppure a brevi cicli simili agli sceneggiati televisivi. Si tende quindi alle cosiddette miniserie, brevi cicli di uscite che esauriscono un percorso con un personaggio o una storia. Questo risolve il problema di fidelizzare il pubblico su un singolo personaggio o testata, oggi dopo qualche tempo l’attenzione dei lettori scende e l’editore non può permettersi di portare avanti a lungo una serie.”
- Per oltre vent’anni hai insegnato alla scuola del fumetto di Milano…
Angelo Stano: “Si, ho smesso nel 2000 perché l’interesse verso quel tipo di attività è venuto meno, ho preferito concentrarmi sul mio lavoro. E’ stata un’esperienza di grande importanza per la mia vita, mi ha permesso di avere un contatto fuori dalle mura in cui abitualmente lavoro, avendo di fronte persone con la mia stessa passione e desiderose di imparare. E’ stato uno scambio reciproco, io ho insegnato qualcosa, ma loro mi hanno aperto gli occhi e fatto capire certi problemi legati alla comunicazione. Sono cresciuto in un’epoca in cui non esistevano scuole di fumetto, la prima in Italia fu proprio quella di Milano nel 1980, ed io nell’81 cominciai a lavorarci. Fino ad allora i fumettisti erano tutti autodidatti.”

- Ma disegnatori si nasce o si diventa?
Angelo Stano: “Al di là del fatto che bisogna avere un talento naturale, il fumetto è una passione che deve nascere, magari anche in tarda età. Bisogna anche saper narrare, perché si può essere degli ottimi disegnatori, ma non dei buoni narratori per immagini. Bisogna avere qualcosa di più per fare fumetti. Come nel cinema, il fumetto ha le sue regole, ha una sua sintassi. Il fumetto va studiato e amato, imparando il suo linguaggio.”
- Che consigli daresti ai giovani autori che vogliano iniziare in Italia la carriera di fumettista?
Angelo Stano: “Questo è un tasto dolente. Una volta si girava per fiere con la cartella piena di disegni e si incontravano gli editori. Oggi è completamente inutile fare una cosa del genere in una fiera come Lucca, non c’è il tempo e non c’è il personale adatto per prendere visione di nuovi lavori. L’unica è contattare gli editori via mail, inviando poche cose rappresentative e… sperare! Concentrarsi sulla storia che si vuole proporre, presentando poche tavole mirate.”
- Tornando a Dylan Dog, tu e Claudio Villa (altro disegnatore di punta della Bonelli, NdA) siete i suoi padri grafici; dovessi tornare indietro cambieresti qualcosa del personaggio e del fondamentale primo numero del 1986?
Angelo Stano: “Quel numero è nato all’insegna della passione e del “faccio il meglio che posso”, ci lavorai un anno e mezzo, fu una fatica bestiale. Era la prima volta che mi cimentavo con una storia così lunga, e poi stavo iniziando una serie e la responsabilità che sentivo era enorme. L’idea era di uscire con qualche numero e vedere cosa sarebbe successo, questo provocò una forte eterogeneità dei primi episodi: ecco, se dovessi tornare indietro curerei meglio una certa uniformità collaborando di più con gli altri disegnatori. Poi, certo, con gli anni sono cresciuto e maturato, e magari realizzerei alcune cose in modo diverso.”
Box Rock:

- So che sei un grande appassionato di musica rock, e che a volte ti esibisci anche dal vivo con delle band…
Angelo Stano: “Si, guarda, proprio a Lucca Comics mi sono esibito come cantante. Per i cento anni del fumetto erano state organizzare anche diverse manifestazioni collaterali, ed era possibile utilizzare un palco ben attrezzato. Mi sono esibito con gli Harvest, gruppo in cui militano altri collaboratori della Bonelli, e per cui ho cantato un brano di Springsteen e uno degli Who. E’ stato divertente, spero che sia rimasta qualche traccia dell’esibizione, magari è già finita su youtube! (ride)”
- Quindi, il rock che ascolti e canti è un rock classico?
Angelo Stano: “Bravo, mi piacciono anche alcuni punk come Ramones e Clash, ma anche le voci femminili di adesso come Alanis Morrisette o i Cranberries, donne che hanno ampiamente superato i colleghi maschi. Mi piace il rock puro, non l’hard o il metal, il rock che parte dai Rolling Stones. Mi sento un vero rocker. Anche Bob Dylan e Jimi Hendrix mi piacciono molto, tutti quelli che insomma hanno espresso qualcosa e non erano strettamente popolari.”
- La musica è sempre stata solo una passione?
Angelo Stano: “E’ una passione, legata al fatto che disegnando, a casa, ho sempre ascoltato molta musica, sentendo anche la necessità di cantare quello che ascoltavo. E quando si sono presentate piccole occasioni tra amici non mi sono mai tirato indietro, l’esibizione di Lucca è stata forse finora la più importante. Rimane una passione, ma se avessi potuto coltivarla fin da giovanissimo, probabilmente avrei potuto tentare anche quella strada.”
- Quindi abbiamo rischiato di perdere lo Stano disegnatore per avere lo Stano cantante?
Angelo Stano: “Beh, magari avreste guadagnato un grande cantante, chi lo sa! (ride)”
Da Nella Nebbia (rivista mensile free press) StudioKaboom
Reimpaginazione e formattazione Marco Rizzo
Immagini e Disegni © Sergio Bonelli Editore
(le immagini sono state pubblicate al solo scopo informativo)
Questo articolo è stato inserito da Admin DDC. [RiZzUs] il 13 novembre 2009 alle 16:03, ed è archiviato in Articoli in evidenza, Interviste. Puoi seguire le risposte a questo articolo con i feeds RSS 2.0. Puoi anche scrivere un commento o segnalare un trackback dal tuo sito.
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