DYLAN DOG È UNO ZOMBIE SOLITARIO.
Chi ha detto che l’horror è scomparso da Dylan Dog? Dai Zombie di Romero ad Edgar Allan Poe, dalla magia nera ai riti Voodoo, verrete catapultati nelle atmosfere di Night of the living dead (e affini): un articolo dal taglio particolare che Stefano Prioni vi presenta con la dolcezza di una ghigliottina. Szock!
Marco Rizzo
1932
La genesi degli “zombie” nasce da un’idea dei fratelli Halperin di cui Victor regista e Edward Produttore.
Molti ritengono George Romero, regista de “Night of the living dead” e dell’ultimo “Survival of the dead”, il padre supremo di queste creature ma ciò non corrisponde a verità, Romero sfruttò meglio di chiunque altro l’idea di poter creare un filone narrativo che sottolineasse la sconfitta della morte celando all’interno dei suoi film temi aventi carattere sociale, cito ad esempio “Dawn of the dead”, improntato sul consumismo dove, nemmeno la morte, può impedire agli esseri che erano umani di recarsi nelle grandi catene commerciali.
Una sorta di richiamo di quanto facevano durante la loro passata esistenza.
Il primo “zombie-movie” è “L’isola degli zombie” o “White zombie”, ambientato ad Haiti nel regno sovrano dei riti Voodoo e della magia nera.
Interprete del film il grande Bela Lugosi, l’unico vero “Dracula” cinematografico, nei panni di un negromante che sfrutta gli zombie come manodopera nelle raffinerie di zucchero.
Inizialmente quindi il ruolo primario degli zombie era di servire come operai, privati della propria volontà e identità, caratterizzati da un’andatura rigida, sguardo fisso e resi inermi, dei veri automi creati da pratiche di stregoneria in piena tradizione della macumba caraibica.
Questo in pieno contrasto con lo zombie meglio definito morto vivente di Romero.
Ci troviamo ad affrontare una metafora concentrata sullo sfruttamento del lavoro salariale ad opera di un capitalismo aggressivo ed opprimente, quello che avviene anche oggi mentre scrivo, qualcuno di voi a questo punto potrebbe pensare che siamo nuovamente di fronte ad una tematica sociale, tipicamente di sinistra come di sinistra è il personaggio di cui trattiamo in questo blog.
Dylan Dog inizia la sua avventura 54 anni dopo “White zombie” incontrando i “non morti” in “L’alba dei morti viventi”, evidente remake o appoggio narrativo di “Night of the living dead” di Romero, il suo primo film a basso costo dove il finale, in modo inusuale e inaspettato, non è a lieto fine. Quando parlo de “gli zombie” il plurale non è a caso ma in un secondo tempo constaterete che è d’obbligo.
Molto curioso il fatto che sia stato un corrispondente e amico di Lovecraft, tale Henry S. Whithead, a curare la prima vera e propria morfologia sugli zombie. ”Lovecraft” in Dylan Dog è un rimando che compare spesso. Secondo Whithead il termine “zombie” fu inventato da coloni danesi per indicare un fenomeno affine alla licantropia anche se personalmente parlerei di “infezione”. La condizione essenziale degli zombie è la riduzione in schiavitù, lo sfruttamento, il dominio, l’assenza di una volontà propria e soprattutto l’assenza di un regime salariale: il sogno di ogni imprenditore. Comprenderete quindi che è assolutamente fuori tema che questi esseri sentano il richiamo di quanto facevano durante la vita.
Unico difetto degli zombie è l’andatura lenta, la lentezza.
Sostanziale differenza quindi tra vampiri e licantropi, noti nella cultura e tradizione horror, il cui modus operandi è certamente diverso da quello dei non-morti, i quali agiscono solitamente in gruppo, mentre vampiri e licantropi sono esseri solitari e autonomi, non soggetti ad alcun dominio o controllo altrui.
Gli zombie in origine svolgono un compito, lavorano senza possibilità di ribellarsi e non percepiscono alcun trattamento economico.
Il licantropo o, ad esempio, il vampiro, a prescindere che non necessitano di svolgere alcuna attività lavorativa, sono comunque autonomi e liberi di dedicarsi ad attività personali e ad aggressioni possedendo dei poteri che nessun uomo comune ha.
Lo zombie è fragile, facilmente abbattibile, come punto debole ha il cervello, ancora motore dell’intero corpo privo di vita nonstante la morte che a questo punto potremo definire non celebrale.
Il destino crudele di ogni zombie è quello di asservire come eterno lavoratore a cui nemmeno la morte da riposo e libertà, un paradosso.
Come in tutti i regimi di costrizione qualcosa spesso non va per il verso giusto. Capita che gli zombie si ribellino divenendo incontrollabili e prefiggendosi come unico fine quello di ridurre il loro padrone alla stessa condizione in cui si trovano. Come? Infettando attraverso il morso.
Questo rendeva le ignare vittime identiche ai loro carnefici e il ciclo continuava sino all’invasione dell’intero globo.
Consiglio la visione di “Diary of the dead”sempre di Romero, girato in modo simile a “The Blair With Project” dunque a metà strada tra un film amatoriale, un documentario e la classica pellicola horror low cost.
Gli eventi ripartono dall’’invasione dell’intero mondo ormai completata, pochi i sopravvissuti.
Alcuni di loro cercano di documentare e tramandare ai posteri gli avvenimenti nella loro crudeltà ma…
E’ chiaro ora che il mito degli zombie parte dallo sfruttamento lavorativo.
Con Romero sparisce questa peculiarità, l’accento è posto sull’infezione e sulla sopravvivenza, ravviso quindi il genere catastrofico ad alta tensione ove lo splatter fa semplicemente da contorno.
Sul fumetto che noi amiamo abbiamo visto invece quanto lo splatter, che è comunque un contorno, abbia vitale importanza per il gradimento dell’intera serie, almeno per contraddistinguere o meglio per dare un seguito ad un filone narrativo ormai sconvolto da altre tematiche sicuramente più profonde ma di scarso intrattenimento.
C’è anche una componente di cannibalismo da valutare ma passa in secondo grado, non stiamo certamente parlando di una serie di film alla “Cannibal Holocaust” in quanto l’attenzione viene riposta sulla lotta alla sopravvivenza, sul lato umano con tutte le componenti che creano comportamenti talvolta egoistici e finalizzati all’organizzazione per bande armate ove i bersagli sono gli stessi non-morti.
Parecchi i registi che hanno sfruttato questo filone realizzando i loro “zombie”, dapprima lavoranti e poi meri strumenti di contagio.
Il termine zombie stesso è una metafora, l’emulare di continuo lo stesso comportamento di esseri appartenenti alla propria specie è una caratteristica tipicamente umana, pertanto di esseri viventi.
A tal proposito pensiamo alla moda, al riunirsi in classi o in gruppi, all’imitare il modo di vestirsi dei facenti parte dello stesso gruppo ove l’individualità perde di importanza e valore e ciò per non essere esclusi.
Lo si nega spesso dando delle pseudo spiegazioni ai propri comportamenti, esempio classico: “mi faccio il tatoo a cui attribuisco un certo tipo di significato”.
E’ un significato oppure una moda? Lo si fa in quanto si ritiene di vivere meglio con se stessi lanciando un certo tipo di messaggio oppure perché così facendo si viene meglio accettati nel “gruppo”, non si è quindi diversi ma si è conformi???
Non ravvisate delle caratteristiche tipicamente zombie?
Questi i temi celati inseriti nei loro film dai registi a partire da Romero in poi, precedentemente la trama dominante era la lotta tra classi operaie e capitalismo.
Ritroviamo quindi una storia improntata sull’infezione e sul contagio già nella prima avventura del nostro social-detective, allora indagatore dell’incubo.
La sconfitta della morte è già tema ricorrente in film classici come Frankestein scritto da Mary Shelley attorno al 1817.
La paura di essa spinge l’uomo a cercare di sconfiggerla o di conoscerla.
E’ il caso di Mr. Valdemar di Edgar Allan Poe, una testimonianza ove un uomo fa ritorno dall’aldilà parlando di questo regno a noi sconosciuto.
A tal Valdemar vi rimando sul n. 7 della serie regolare, “La zona del crepuscolo” ove troviamo gli splendidi disegni di Montanari & Grassani su sceneggiatura del nostro amato Sclavi, il quale, durante la sua seppur breve e pregiata presenza editoriale in Dylan Dog, ha avuto molto materiale classico per poter sviluppare le avventure del suo personaggio,
inevitabile che con la sua maestria di scrittore, e anche grazie a tutto quanto già raccontato, uscisse un vero capolavoro a fumetti.
Con tanta letteratura horror a disposizione seguito a chiedermi da almeno 10 anni, e oltre, come mai non ricalchino le scene del pavese ombroso.
Forse non vogliono emulare per timore di sentirsi….”zombie”?
Articolo a cura di: Stefano Prioni







Grandioso articolo. Uno di quelli che mi piacerebbe scrivere.
Complimenti!