Quattro passi nel mondo sclaviano
Cari dylaniati, oggi esordisce sul blog di Dylan Dog Fabio Sontacchi. A pochi giorni dal compleanno del papà dell’Old Boy, senza ulteriori indugi, eccovi l’articolo dedicato all’estro del “Tiz”…
Dylan Dog non è altro che il perno attorno a cui ruota un mondo fagocitato da un frullatore di marca Sclavi. Sì, un frullatore.
Quel genio di Tiziano ha sempre assorbito, rielaborato e fatto suo tutto ciò che, per un motivo o per un altro, fosse riuscito a colpirlo. Frullava il tutto e lanciava ai lettori una tessera del puzzle del mondo sclaviano nel quale l’indagatore dell’incubo ha imparato a vivere e muoversi… lo stesso mondo all’interno del quale hanno preso vita altri personaggi come Francesco Dellamorte.
E’ un mondo dove la violenza è dura e cruda, carico di erotismo ma mai di volgarità, dove le cose non devono per forza avere un senso, dove il black humour e il nero romanticismo la fanno da padrone. Un mondo che non disdegna la citazione ma la ostenta.
Il nostro Dylan, purtroppo, si sta ormai allontanando da quest’universo. E questo distacco va aldilà della qualità delle storie – che ormai hanno un livello decisamente più basso – e attiene alla concezione sclaviana.
Le storie belle ci sono ancora, non parlo di capolavori ma di storie piacevoli – un esempio a caso “Mater Morbi” o la più recente “Il delitto perfetto” – il problema è che ormai siamo lontani da ciò che papà Sclavi aveva pensato. Questo impasse è, ovviamente, più evidente in alcune storie piuttosto che in altre.
A volte mi capita di leggere “Sclavi torna!”…
Sono il primo a pensarla così ma, riflettendoci, Tiziano Sclavi è una persona che ha sempre scritto con il cuore, mettendo un pezzo di sé in ogni opera che ha realizzato. Ha detto tanto, forse a sufficienza. Se avesse continuato, quasi per imposizione, a scrivere Dylan Dog, sarebbe stato come prolungare una barzelletta che ha già fatto ridere.
Alcuni penseranno: “perché non è quello che stanno facendo adesso gli altri autori?”
Forse si, forse no. Semplicemente hanno cambiato il fumetto: ci sono storie belle, storie brutte e storie banali… quello di oggi è Dylan Dog ma non più quello di Sclavi.
Pare che vada di moda creare dei Dylan che non hanno nulla a che vedere con quello originale… “Dead of night” non vi dice nulla?
Nel 1994 sono riusciti a portare su schermo – per l’unica volta tra l’altro – l’universo del nostro indagatore dell’incubo e con un film che non trattava di lui per di più.
Dellamorte Dellamore, film tratto dall’omonimo libro, aveva in sé tutti gli elementi che avevano reso Dylan Dog non solo un fumetto: un protagonista con il “volto giusto”, violenza (a volte resa anche comica), atmosfere surreali (diciamolo, anche senza senso), humour più nero del pelo di Furia cavallo del west, amore e morte. Soprattutto la morte, in tutti i suoi aspetti, dalla personificazione alle famose filastrocche a lei dedicate.
Negli albi attuali non trovo più questi elementi… non mi resta che incrociare le dita e sperare che qualcuno venga a riesumare il passato, cercando di portarlo nel 2012… ignorando il fatto che tutto quello che aveva un certo effetto negli anni ’90, oggi ci lascerebbe indifferenti.
Cos’altro fare nell’attesa che ritorni l’universo sclaviano? Dirigetevi verso la vostra collezione personale, scorrete il dito sui primi 150 numeri e ripescate un albo a caso… “Memorie dall’invisibile” o “Storia di nessuno”. Tuffatevi nel periodo d’oro dell’inquino di Craven Road 7 e fatemi sapere se provate ancora le emozioni di un tempo.
Fabio Sontacchi
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Se ripasso il dito sui primi 150 numeri scopro che appena la metà li ha scritti Sclavi (per la precisione 79 sceneggiature…).
C’è molto di Chiaverotti per citarne uno. Dopo i primi 12 numeri Sclavi cedette la penna a Giuseppe Ferrandino (13 – Vivono tra noi), poi a Mignacco che scrisse l’albo successivo. Prima di raggiungere la boa del secondo anno di vita editoriale gli sceneggiatori che avevano collaborato alla creatura di Sclavi erano già quattro oltre Sclavi (Ferrandino, Mignacco, Castelli e Toninelli): storia della testata. La pianto qui con i ricordi ma tutto questo serve a dire che Dylan Dog non è stato solo Sclavi a renderlo quello che è o era. Magari SOPRATTUTTO ma non SOLO. Non sarebbe l’ora di aprirsi (o anche rassegnarsi, se volete) a questo Dylan, difforme dall’originale, vario, con i suoi alti e i suoi bassi piuttosto che continuare su questa via di mortificazione dei nuovi autori? Lasciate che Sclavi si goda la sua vita privata. Magari, un giorno, tornerà a farsi sentire.