Così stanno uccidendo Dylan Dog – 2° Parte
Nel primo articolo (QUI) si diceva che Dylan Dog è cambiato e non necessariamente in negativo. Ma era solo una parte della verità, quella che non avreste voluto leggere, dove il problema della metamorfosi del personaggio viene affrontato da un punto di vista differente. “Dylan Dog non si trascina, siamo noi lettori che ci trasciniamo. ”
Qual’è l’altra faccia della medaglia?
Tiziano Sclavi ha detto tutto quello che c’era da dire su Dylan Dog. E gli autori che cercano di imitarlo non riusciranno mai a eguagliarlo anche perché l’immagine che i lettori hanno del papà di Dylan Dog è quasi mitica (ed è anche il frutto di una allucinazione di massa).
Strana categoria quella dei lettori di Dylan Dog: sempre pronti a demonizzare il Tiziano Sclavi degli ultimi anni e a osannare quello degli albi storici. Il lettore medio dell’Old Boy crede ciecamente che il vero Dylan Dog sia quello dei primi cento numeri, “quello di Tiziano Sclavi”.
E qui entra in gioco l’allucinazione di massa. Altri autori hanno contribuito enormemente al successo del personaggio, per citarne uno, Claudio Chiaverotti ha scritto moltissime storie delle prime cento. Tanto per farvi un’idea, Chiaverotti ha curato il soggetto e la sceneggiatura di Partita con la morte, Dylan Dog n. 66.
Lo spessore culturale del fumetto è stato il frutto del lavoro di Tiziano Sclavi, ma anche di autori come Giuseppe Ferrandino, Alfredo Castelli, Mauro Marcheselli, Luigi Mignacco.
Il fatto è che Tiziano Sclavi ha ideato Dylan Dog, ha sceneggiato poco più di una settantina di albi, ha modificato il modo di vederlo e scriverlo e l’ha finito, con il Dylan Dog n. 100. Tutto quello che è venuto dopo, per la maggior parte, è stata una forzatura. Come l’ennesimo sequel di un film, fatto per ragioni commerciali, che è bello in alcune scene e brutto in altre. E tu, spettatore, ami quella saga, ne vedresti tutti i film futuri, ma sai che c’è qualcosa che manca rispetto all’originale. E questo vale anche per le stagioni delle serie televisive, le guardi perché sei rimasto catturato dalla prima serie e perché sei rimasto aggrappato a un cliffhanger.
Tutto normale, i film, le serie televisive e anche i fumetti che fanno da traino a un’intera casa editrice, sono necessari. Se non ci fossero Tex e Dylan Dog, ad esempio, molti degli esperimenti editoriali bonelliani non avrebbero mai visto la luce.
Il problema è che Dylan Dog soffre la perdita dei lettori, non ha nessun cliffhanger e sta morendo. L’emorragia dei lettori – lenta ma costante – porterà progressivamente alla pubblicazione bimestrale e poi alla chiusura di Dylan Dog. Ci vorranno molti anni, ma – prima o poi – succederà. E’ inevitabile, sempre che non si faccia qualcosa per invertire questa tendenza.
A questo punto, mi pare chiaro il motivo per cui, fino ad ora, non ho parlato delle responsabilità che hanno autori e casa editrice sull’emorragia dei lettori. Dylan Dog ha tanti problemi e uno di questi sono i lettori stessi e il loro modo di concepirlo, prendendo come riferimento gli anni ’80 e ’90 (ormai passati in tutti i sensi). Questo è quello di cui ho voluto parlare nella prima parte dell’articolo. Ma non vuol dire che io pensi a Dylan Dog come il personaggio perfetto, non vuol dire che tutti gli autori di DyD siano bravi, sempre e comunque.
Quando si tratta di stabilire quali siano le storie che non funzionano di Dylan Dog è facile cadere nella tentazione di elencare gli albi che personalmente non si siano apprezzati. Sforzandomi di fare un’analisi oggettiva, quindi, i Dylan Dog scadenti sono quelli che con il personaggio c’entrano poco e niente. E mi dispiace per Fabrizio Accatino – al quale mi sento di dire “ritenta” – ma L’assassino della porta accanto, DyD n. 307, è l’emblema dell’albo non riuscito.
Scrivendo una storia si stringe un patto implicito con il lettore. I termini dell’accordo sono contenuti nelle prime pagine o nei primi paragrafi della narrazione, in modo tale che chi legge sa quali conseguenze deve aspettarsi, compatibilmente con la struttura della vicenda. Questo vale anche per i fumetti. La storia deve essere compatibile con il personaggio.
Il patto narrativo non è stato rispettato molte volte in Dylan Dog e ne è un esempio l’Old Boy caratterizzato da Accatino, nella sua ultima fatica. L’assassino della porta accanto è una storia di cui si è parlato molto su internet, alcuni l’hanno apprezzata e tanti altri no. C’è chi ha detto che la storia fosse sconclusionata. Non è che la storia non abbia senso, semplicemente quello non è Dylan Dog.
Le responsabilità degli autori vanno rintracciante, a mio avviso, nelle storie che dell’indagatore dell’incubo hanno solo il nome e nient’altro. Le storie che – per intenderci – sembrano scritte più per una puntata de La signora in giallo.
Un altro esempio lampante di errore degli autori lo si può trovare nella prima storia del Dylan Dog Color Fest, Historieta che fortunatamente migliora con la lettura delle pagine successive. Alcune storie di Dylan Dog, come La grande nevicata, hanno una struttura forzata, un epilogo frettoloso e uno svolgimento surreale. Il tutto condito da ragionamenti instillati nell’Old Boy che qualsiasi persona non farebbe mai in determinate situazioni. Si tratta di storie che difettano solo in alcune parti, ma che rispettano pur sempre il personaggio. Errori meno gravi che comunque non sono dovuti alle storie brevi, di 36 pagine, del Color Fest ma che potete facilmente trovare anche nella serie regolare.
E magari i problemi di Dylan Dog si fermassero qui. Col passare del tempo, Dylan Dog ha effettuato una virata verso i temi del sociale, passando per la commedia – in stile Arsenico e vecchi merletti - per finire ad accarezzare l’horror con un pizzico di splatter e nudo, o almeno quello che ne resta.
La metamorfosi è completa. Dylan Dog si è adeguato ai tempi, ma i tempi sono cambiati nuovamente.
Il senso della crisi del personaggio è esattamente questo. La scarsità di nuove idee nell’ambito del cinema e della letteratura – da cui Dylan Dog attinge a piene mani – e l’assuefazione all’orrore quotidiano hanno portato l’Old Boy ad essere fuori tempo massimo. Sì, come Axel Neil nella storia del Dylan Dog Color Fest n.1 .
Non è un caso che il Dylan Dog più apprezzato degli ultimi tempi sia stato Mater Morbi, albo in cui Roberto Recchioni ha messo molto di sé (per non parlare poi del magnifico tratto di Massimo Carnevale). Nel 2012 ci colpiscono molto di più le storie che hanno un taglio personale – oppure quelle scritte veramente a regola d’arte – che quelle horror.
L’angoscia, la paura, l’incubo, il brivido… sono un lusso del cinema che può progredire tecnologicamente e che ne guadagna con un impatto visivo più realistico.
Non ci bastano più le vignette in bianco e nero dal taglio tradizionale, non ci eccita più il seno accennato e stampato sull’albo. Siamo assuefatti dalla televisione e dal cinema attuale che è molto diverso da quello degli anni ’80. Con l’aggravante che siamo cambiati anche noi e che gli anni ’80 sono un ricordo ormai sbiadito.
Non esistono effetti speciali spettacolari di cui usufruire con un budget più alto, niente CGI. Solo carta stampata, in bianco e nero, imbrigliata nella gabbia bonellide. Ma Tiziano Sclavi in una video intervista si è detto d’accordo con Umberto Eco che ha definito Dylan Dog un capolavoro sgangherato e sgangherabile.
E allora perché non infrangere i confini del taglio bonellide? Nel formato e nello stile.
Se è sgangherato e sgangherabile, allora perché non sgangherarlo. Solo così arriveremmo al passo in avanti “tecnologico” di cui tanto soffre Dylan Dog. Per non parlare poi della qualità delle storie che è imprescindibile: bisogna ritrovare un equilibrio tra gli elementi che hanno fatto di Dylan Dog uno dei fenomeni editoriali più interessanti. Humor, noir, horror, splatter, erotico sono solo alcuni degli ingredienti di Dylan Dog. Il trucco è saperli combinare.
Ma potrebbe non essere sufficiente. E’ importante che venga inserito un nuovo elemento, un cambiamento fisso. Un’altra riflessione che mi sento di fare è quella sul rapporto con la tecnologia della SBE, già anticipata QUI. L’immagine vintage che si è voluta creare non aiuta per niente il colosso che ha lanciato testate come Tex. Abbracciare il mondo del digitale, come seconda scelta e mai a sostituzione della carta, porterebbe ad una diminuzione dei download illegali, delle speculazioni sugli albi storici e a un aumento del fatturato. Il mercato degli ebook, con la veloce espansione dei supporti digitali come Ipad e Kindle, è la soluzione per i problemi di spazio di molti lettori e il grande assente nella storia SBE.
Probabilmente, la casa editrice non ha ancora intrapreso questo strada anche a causa di alcuni lettori che si sono dimostrati restii a quest’idea. Ma – e qui mi rivolgo a loro – gli ebook non vanno a sostituire la carta stampata, solo ad affiancarsi ad essa. I lettori avrebbero un nuovo supporto e la casa editrice nuovi introiti dalla vendita online di albi a prezzi molto più contenuti dei 2,70€ che occorrono per stampare un albo. Nessuno ci perderebbe. I nuovi introiti potrebbero essere ridistribuiti per gli esperimenti delle miniserie e la Sergio Bonelli Editore potrebbe osare di più con Dylan Dog, magari apportando alcune – io auspico tutte – delle modifiche sopra suggerite.
L’evoluzione di Dylan Dog, e non la metamorfosi, deve ancora compiersi.
P.s. Sì, il fascino e le atmosfere b/n sono inimitabili, ma se è il cambiamento vero che si cerca, allora bisogna tirare fuori dal cilindro qualche novità.
Continua QUI, la terza parte di "Così stanno uccidendo Dylan Dog".
Marco Rizzo
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Voto 6 e mezzo, caro Rizzus e ti spiego il perché. Dei tanti punti da te toccati vorrei rispondere sulla questione n. 307 e Color Fest perché sono quelli di più recente lettura per me.
Ho apprezzato il 307 nel complesso, ma anche io mi sono accorto che non si tratta della solita storia di DyD, decisamente lontana dalla sequenza che Sclavi riassumeva in Mistero-cliente\innamoramento-Groucho-indagini e soluzione del caso. Il 307 si discosta da quello che io già altrove ho definito “lo schema”. L’albo può piacere oppure no ma NON lo vedo comunque come un esempio di fallimento, anzi… Ogni tanto va bene scappare dallo schema classico. Basti pensare ad albi come “Il giardino delle illusioni” o “L’assassino è tra noi” (due pescati a caso, la seconda storia è di Sclavi!) o ad altri numeri recentemente pubblicati.
Veniamo al Color Fest. Lì non sono d’accordo. Da come già argomentato da altri al di fuori di ddcomics, la storia scritta da Mignacco si ispira liberamente a una historieta argentina dal titolo “L’eternauta”. Di questa historieta sono riuscito a leggere solo alcuni episodi; ma questi pochi che ho letto mi sono bastati per comprendere il lavoro di sceneggiatura di Mignacco che non esiterei a definire da maestro.
Avere un’idea, anche se sommaria, de “L’eternauta” mi ha aiutato a interpretare in maniera differente “La grande nevicata” che, concludo, alla luce delle mie precedenti letture non ha alcuna forzatura a livello di struttura.