Un albo di Dylan Dog senza Dylan Dog!
Chi legge Dylan Dog si è accorto che, generalmente, le storie seguono una sorta di scaletta narrativa scandita dalle fasi mistero iniziale, cliente (donna, sempre affascinante), gli intermezzi di Groucho, le indagini di Dylan Dog (magari con una visita a Block) e, infine, l’epilogo. Questa scaletta narrativa è divenuta col tempo una costante di parecchie storie, non di tutte certo. Lo stesso Sclavi in una intervista del 2003 (QUI) avvisava che non si trattava di un dogma narrativo e che bisognava variare la narrazione, altrimenti si sarebbe finiti per annoiare il lettore.
Molti, d’altro canto, preferiscono storie che rispettano lo “schema” piuttosto che leggere albi che se ne discostano. Potremmo affermare che il giusto stia nel mezzo, storie “classiche” alternate a storie che non lo sono, ma questo ci porterebbe lontano dal nostro discorso principale.
La questione della fedeltà allo schema narrativo classico penso sia di secondaria importanza, ciò che importa è che si abbia per le mani un buon albo; naturalmente ciò che è buono o cattivo dipende dai gusti personali. Come già detto altre volte, ci sono albi che alcuni lettori hanno innalzato a cult e che per altri lettori invece non lo sono affatto.
Fatta la premessa, veniamo ai fatti. Leggendo albi a caso dalla mia collezione, mi sono trovato tra le mani una storia che avevo quasi dimenticato, non perché non fosse bella o che possa sembrare trascurabile, ma perché su 308 albi qualcosa si finisce per scordarla.
Si tratta dell’albo n° 243 della serie mensile, L’assassino è tra noi (soggetto e sceneggiatura di Tiziano Sclavi, disegnato da Angelo Stano).
Per quelli che non lo hanno ancora letto vi avviso che da qui in poi troverete spoiler.
Dylan Dog arriva al Bates Motel, posto gestito da Paddy, uomo dal carattere scherzoso – sembra quasi sostituire Groucho e, infatti, la sua funzione narrativa è quella – e dalla singolare passione per i pupazzi da ventriloquo. In quella che sarà una notte da incubo, i vari ospiti del Motel verranno decimati da un misterioso assassino che, a inizio storia, si è presentato a Paddy come Dylan Dog.
Già a pagina n. 30, il nostro eroe si sveglia dicendo che c’è qualcosa che gli pizzica, naturalmente il lettore pensa al famoso “quinto senso e mezzo”. Battuta messa lì, di proposito, per depistare il lettore.
A storia quasi conclusa, siamo a pagina n. 94, lo psichiatra che parla con un poliziotto ci fa sapere che l’assassino è Otis Lloyd, uno schizofrenico che tra le tante identità usa proprio quella di un certo Dylan Dog.
Ora, al di là della somiglianza con l’espediente narrativo utilizzato in un episodio di Buffy l’ammazzavampiri (Buffy è stata rinchiusa in manicomio per ben 5 anni perché convinta di essere una cacciatrice in un modo pieno di mostri), quello che c’è da notare è che lo stesso Tiziano Sclavi si prende una benedetta pausa dallo “schema narrativo” e potremmo dire anche da Dylan stesso!
Solo il mistero. Niente Groucho, anche se abbiamo Paddy, e niente indagine se non un giretto sotto la pioggia per il nostro Dylan\Otis. Niente Indagatore dell’Incubo. Sclavi ci regala un albo di Dylan Dog senza Dylan Dog. Otis è solo un sosia. Dylan c’è graficamente, per così dire, ma è assente nella storia, così come gli altri comprimari che di solito completano il famoso “schema”.
Schema narrativo che si può e, anzi si deve, variare come dice Sclavi. Possiamo dire “missione compiuta” a giudicare dal risultato finale della storia (ovviamente, de gustibus non disputandum est).
Domandona finale: il 243 vi è piaciuto? Sì… no? Se lo avesse scritto qualche altro sceneggiatore, dite la verità, non lo avreste messo al rogo come spesso succede con chi di nome non fa Tiziano Sclavi?
Credits: L’autore dell’articolo ringrazia Stefano Prioni per l’interessante scambio di opinioni inerente la questione dello “schema narrativo” sclaviano, per una analisi approfondita della citata intervista a Sclavi si veda il link.
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francamente ho sempre pensato che quest’albo fosse l’esempio lampante di come Sclavi si sia stancato della sua creatura e dei suoi inevitabili cliché (e diciamocelo, ne ha ben donde),
l’albo in se è piuttosto intrigante e scritto bene, intendiamoci, ma avrebbe potuto benissimo essere una storia a se, un miniracconto di una qualsiasi serie o anche del tutto indipendente, diciamo che non ha nessun bisogno di chiamarsi Dylan Dog per essere apprezzato e di Dylan Dog, a conti fatti, ha poco o niente se non il genere thriller/horror caratteristico dell’autore